Omelia di Domenica 10 Maggio 2026 - Domenica VI di Pasqua
Mi fa piacere che questa mattina il Vangelo ci abbia parlato di amore in un certo modo. Un antico saggio diceva che se lui avesse avuto per un istante l’onnipotenza di Dio, l’unico miracolo che avrebbe compiuto sarebbe stato quello di ridare alle parole il loro significato originario. Questo saggio, se fosse qui, andrebbe applaudito perché in questo nostro tempo sta proprio accadendo che certe parole importanti vengono sempre più distorte e travisate. E in questa triste sorte stanno cadendo parole del calibro di AMORE, PACE, LIBERTA’… Noi adesso ci concentriamo sulla parola ‘amore’ perché è quella che è sulla bocca di Gesù in questa domenica. Ci ha detto: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti.” Qualche domanda:
Perché Gesù, alla parola ‘amore’ unisce la parola ‘comandamento’, ovvero comando? All’amore si può forse comandare? Chi ama, lo fa forse su ordinazione? Chi ama dovrebbe dire non “mi tocca amare” ma “che bello amare”. Da quando in qua il volersi bene tra fidanzati, tra sposi, in famiglia... dovrebbe essere un obbedire a un ordine?
Domande tutte legittime, e sulle quali ora interpelliamo il Vangelo. L’errore per il Vangelo sta nel ridurre l’amore a sentimento, a voglia, a impulso, ad attrazione. Ma l’amore è ben di più! Quando in un rapporto d’amore l’altro è sempre meno amabile… quando in un rapporto d’amore l’altro te ne fa di tutti i colori… quando in un rapporto d’amore ci son solo sacrifici da fare, non è possibile amarsi solo in base a un sentimento. Alla sera, quando tu, marito, rientri casa stanco dal lavoro non vedendo l’ora di sdraiarti cinque minuti sul divano… e proprio in quel momento lì, tua moglie, stanca e provata, ti snocciola tutte le malefatte dei figli, come fai a rispondere con scioltezza e amore? Capite allora perché Gesù unisce le due parole comando e amore. Vuol dirci: è solo quando il tuo amare diviene anche un dovere, che esso è amore vero. E’ solo quando il tuo amare diviene anche una decisione, che è un amare vero. E’ solo quando il tuo amare diviene anche volontà e sacrificio che è un amare vero.
Uno dei verbi più caratteristici dell’amare è “restare”, è “esserci”, anche quando tutto procede a fatica. Viene in mente il restare di Maria sotto la croce del suo Gesù: uno dei suoi dolori più grandi fu il non poter far nulla innanzi a quella così morte atroce. E pure per noi è così: non poter far nulla davanti alla sofferenza di chi amiamo. Un ricordo. Ero ancora un bimbo, avrò avuto nove anni. Quel giorno stavo male, ma tanto male. Ricordo ancora cosa mi disse mia madre che mi era accanto: quanto darei per prendere io il male che hai tu. Si ama anche quando si può far ben poco di fronte alla sofferenza di chi ci è davanti. Ed è proprio perché l’amore vero è così che Gesù nel Vangelo ci ha detto: “non vi lascerò orfani, verrò da voi.”
Preghiamo così allora: “Ecco Signore ciò di cui abbiamo bisogno: che tu venga da noi. E questo avviene proprio adesso, in questa Messa, dove nel pane e nel vino ci dirai: “Io sono qui. E il motivo del mio essere qui sei tu.”






