Omelia di Martedì 6 Gennaio 2026 - Solennità dell'Epifania del Signore
I Magi… cosa mai avran da dirci personaggi così lontani dalla nostra sensibilità? Vi parrà strano, ma dalla loro vicenda possiamo - e come - imparare molto.
Innanzitutto mi piace vedere nel loro lungo e difficile viaggio dal lontano Oriente a Betlemme un appello a essere pure noi come loro: coraggiosi, intraprendenti e non a stazionare sempre e solo nell’orticello di casa nostra. Dio attraverso i Magi ci dice: “abbatti le tue pigrizie, allarga i tuoi orizzonti, osa!” C’è un rischio nella vita di noi credenti: quello di non misurarci mai con il bello che Dio opera anche oltre la nostra esperienza. Ecco perché, è importante l’amicizia con qualche missionario: una tale amicizia ci aiuta a rimanere aperti e con orizzonti ampi. Un mio prof. di teologia diceva a noi studenti: “se saprete mantenervi con una mente aperta e una fede aperta, scoprirete cose che a rimanere sempre dove siete non vedreste mai.” I Magi in fondo ci dicono: “Non ti deve bastare ciò che accade nei prati di casa tua. Sappi che c’è un ‘oltre’, e anche in questo ‘oltre’ Dio abita. Se raggiungi questo ‘oltre’ qualcosa di bello troverai.”
Seconda cosa - Qui mi rivolgo ai giovani presenti: molti film e dipinti raffigurano i Magi come persone mature, con tanto di barba bianca, ma questo non è scritto nel Vangelo: io dico che se la loro impresa fu davvero così ardua, probabilmente erano dei giovani; un anziano non avrebbe retto a tanta tribolazione. Ecco perché dico: è una tragedia quando i giovani smettono di sognare, quando non credono che si possa cambiare il mondo. Essere giovani e non coltivare sogni è una contraddizione. Io credo che la più grande tragedia avrà inizio quando i giovani non vorranno più cambiare il mondo.
Ancora. E’ verosimile che i Magi, intraprendendo il loro lungo e difficile viaggio, siano stati ritenuti degli invasati. Non è difficile immaginare le obiezioni che ricevettero: “Ma chi ve lo fa fare? Val la pena che facciate un viaggio con così tante incognite? Ma perché vi mettete così tanto alla prova? E alla vostra famiglia, che rimane senza di voi per un bel pezzetto di tempo, chi pensa? Perché vi azzardate così tanto?”
Insomma, non è da escludere che i Magi siano passati per degli irresponsabili. E allora io dico: se essi ugualmente così decisero, fu perché in loro dominava l’assoluta certezza che quanto s’apprestavano a fare aveva l’approvazione dall’Alto. Essi non consultarono le loro paure, ma il loro coraggio. Non dimentichiamolo: ogni volta che il mondo migliora è perché c’è stato qualcuno coraggioso.
Anch’io lo posso dire nella mia modesta esperienza: ogni volta che mi è riuscita una scelta impegnativa, è stato perché avevo con me il coraggio, non la paura. Son sicuro che è stato così anche per tanti di voi che mi state ascoltando.
E allora, per concludere…
“Santi Magi, grazie per la vostra testimonianza. Aiutateci a osare. Metteteci in cuore un po' della vostra fede coraggiosa e appassionata.”
Omelia di Domenica 11 Gennaio 2026 - Battesimo del Signore
Ormai mi conoscete: ogni domenica, dalla pagina di Vangelo che la Messa ci fa ascoltare, traggo una frase attorno a cui imposto l’omelia. La frase di questa domenica, evidentemente legata al Battesimo di Gesù, di cui oggi è la festa, è: Questi è il Figlio mio, l’amato. Si trattò di parole di provenienza celeste, con le quali Dio volle dire: Gesù, sei il mio tesoro! E questo atteggiamento di Dio verso Gesù è lo stesso che Egli ha verso chiunque viene battezzato. Purtroppo, ed è questa la cosa su cui adesso vorrei riflettere, non tutti vivono l’esperienza di sentirsi ‘figli amati’.
* Vi racconto brevemente due episodi che ho vissuto personalmente. Ero ancora un prete giovane. Due episodi di segno opposto: uno estremamente negativo, l’altro molto positivo. Parto da quello negativo. Ero giovane prete, vice-parroco a Rio Saliceto. Sono in casa di una famiglia e vedo che il figlio si scaglia contro la madre con queste terribili parole: Perché mi hai messo al mondo? Chi ti ha autorizzata? Non vedi la vita che faccio… è meglio non vivere che vivere così! Quella famosa notte era meglio che tu e papà foste andati al cinema. Lascio a voi immaginare lo strazio di quella mamma. Passo all’episodio positivo. Qui ero in parrocchia a Regina Pacis, a Reggio. Anche qui ero in una famiglia, era sottosera, ero passato per la benedizione della casa. Arriva il papà, di ritorno dal lavoro. In cima alle scale, c’era ad attenderlo la sua bimba di poco più di un anno, a cui la mamma era riuscita lungo la giornata a fare pronunciare la parola papi. Quando quel papà si sentì chiamare così (papi), si bloccò, gli vennero gli occhi lucidi, e subito corse ad abbracciarla: credetemi, bisognava esserci per capire la bellezza di quel momento. Vorrei chiedere ai papà presenti: quando vostro figlio/a, per la prima volta vi ha chiamato papi, come vi siete sentiti? Non è forse vero che a sentirsi chiamare così, ci si sente ancor più papà?
* Vedete, quest’episodietto della bimba che per la prima volta chiama il proprio papà papi mi suggerisce un’altra cosa, riguardante il rapporto di noi figli con il Papà Dio. Anche Dio, nel sentirsi chiamare Padre, si sente ancor più Padre nostro. E’ come se diventasse Padre nostro ogni volta che si sente chiamato così. E’ come se gli ricordassimo la sua paternità verso di noi. Quindi, quando nel Padre nostro, diciamo Padre, pensiamo alla gioia di Dio nel sentirsi chiamare così.
Finisco. Auguro a tutti noi ‘figli’ di quel Padre buono che è Dio, a considerare il nostro essere suoi figli una grazia, una gioia, un dono.






