Omelia di Domenica 28 settembre 2025 - XXVI Domenica del Tempo Ordinario, Anno C
Ci troviamo nella domenica della nota parabola di Lazzaro (un uomo povero e malato) e di un riccone che la tradizione ha chiamato Epulone.
- Se abbiamo ascoltato attentamente, ci saremo accorti che la parabola evangelica non si leva contro la cultura della bella casa, del ben vestire, non condanna la buona tavola. Epulone non era un ricco cattivo, non infieriva sul povero Lazzaro, non lo umiliava, e forse era perfino uno che osservava tutti e dieci i Comandamenti. Qual fu allora il suo peccato? Di non aver mai dato aiuto a quel povero che era a mendicare tutti giorni sotto casa sua. Non lo vedeva, o meglio non voleva vederlo, non gli parlava, mai chiesto “Come stai? Hai bisogno di qualcosa?” Insomma, per sto riccone, Lazzaro era come se non esistesse, non gliene importava nulla.
- Il suo fu un peccato di omissione, un peccato cioè non per aver fatto del male, ma per non aver fatto del bene. E questo bene non fatto era il non aver mai offerto un gesto di attenzione, un pezzo di pane, un saluto, un po' del suo tempo. Il nome di questo peccato è indifferenza. Qualcuno ha detto: L'opposto dell'amore non è l'odio, è l'indifferenza. E’ vero. Questo riccone era talmente vicino a Lazzaro quasi da inciamparci, eppure sempre e comunque lo schivava. Per il vangelo siamo colpevoli del bene non fatto. Tre gesti erano assenti dalla vita di questo ricco: vedere, fermarsi, toccare… che guarda caso furono i tre gesti del buon samaritano (vide, si fermò, gli fasciò le ferite).
- Ma c’è di più, la parabola contiene un monito severo: la vita non prevede tempi supplementari, come in una partita di calcio. Occhio dunque a non arrivare a un punto di non ritorno. Il testo evangelico ci ha riportato la protesta del ricco, quando venne a trovarsi nell’aldilà: questa protesta non esaudita, ci ricorda che una volta che si è nell’aldilà non puoi più recuperare ciò che può salvarti.
- Ripeto allora: un peccato tra i più gravi di noi cristiani è il cadere nell’indifferenza. E una delle cose che può portare all’indifferenza è l’abitudine o il dare per scontate certe cose. Mi spiego con un esempio. Quando entriamo in un ambiente molto bello, dove mai siamo stati prima, ci stupiamo, facciamo gli occhioni e ci meravigliamo delle tante cose belle che ci sono. Ma se a questa prima volta, fanno seguito altre volte, cosa accade? Che la meraviglia della prima volta non c’è più. E così il bello può diventare qualcosa a cui non facciamo più caso. Bè, questa cosa vale anche per le brutte cose. Ci sono adolescenti che quando per la prima volta si fanno una canna o bevono troppo, subito son titubanti. Ma se a questa prima volta fan seguire altre volte, arrivano a non farci più caso. L’illecito a forza di farlo diviene lecito, la titubanza della prima volta diviene scioltezza le volte successive. Insomma, si può arrivare ad abituarsi alla mediocrità, al peccato, all’indifferenza, proprio come il ricco della parabola.
Chiediamo allora al Signore che ci aiuti a fuggire dall’indifferenza e a non assuefarci a tutto ciò che non è secondo Dio.






